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domenica 31 agosto 2014

Alcune cose che ho scoperto della Calabria

Disclaimer: il tutto è, ovviamente, visto attraverso la mia personalissima lente deformante che, come alcuni sanno, è piuttosto deformata.

Nota: “ho scoperto” è inesatto poiché esse (le cose) preesistevano alla mia venuta, quindi in effetti il titolo è sbagliato. Dato che non c'ero mai stato sarebbe forse più corretto dire “alcune constatazioni personali sulla Calabria”, ma sarebbe un po' una roba tipo “cerchiamo il pelo nell'uovo”.

Nota 2: rileggi il disclaimer.

Nota 3: questo scritto è stato buttato giù a casaccio, senza ordine di importanza o preferenza perché sono un artista fanatico dello “stream of consciousness” quindi a me va bene così. Se non sapete cos'è quella roba lì in inglese (perchè è inglese), cliccate qui.



Cosa n.1 che ho scoperto della Calabria
Come ti siedi a tavola ti si restringono i vestiti. Malgrado sia fidanzato da due anni con una donna d'origine calabrese e abbia partecipato ai consueti pranzi domenicali, pensavo di essere abbastanza allenato. Non c'entra niente. Lei, i suoi genitori e i fratelli sono tutti in forma e l'allenamento non serve a un tubo, ho quindi dedotto che è proprio l'aria calabrese che influisce sulla tenuta dell'abbigliamento.






Cosa n.2 che ho scoperto della Calabria
Il Codice della Strada non è l'insieme di norme che disciplinano la circolazione di auto e motoveicoli, ma piuttosto un insieme di consigli, quasi opinioni, espressi da qualcuno che in Calabria non ha mai guidato. Ne consegue che sorpassi e diritto di precedenza sono questioni piuttosto complesse e delicate. O facilissime, dipenda da che lato li si guarda.
Cosa n. 2bis che ho scoperto della Calabria
Sulle strade a due corsie, ne esiste una terza “fantasma” utilizzata per i sorpassi e gli scontri frontali.


Cosa n. 3 che ho scoperto della Calabria
Il mare è di una bellezza assassina, limpido, cristallino, con tonalità che vanno dal verde al blu scuro passando per tutto lo spettro dei blu-verdi eccetera. Questa bellezza è seconda solo alle meduse che lo abitano e a qualche squalo che ha sbagliato strada.


Cosa n. 4 che ho scoperto della Calabria
L'ottimo vino genuino è così genuino e denso che lo puoi tranquillamente usare per ritinteggiare le pareti di casa. Sempre che ti piaccia il viola.





Cosa n. 5 che ho scoperto della Calabria
Qualunque cosa abbia avuto una vita (animale o vegetale) può essere impanata, fritta e mangiata. E mi piace. Anche la verdura.

Cosa n. 6 che ho scoperto della Calabria
In Calabria si pubblica questo quotidiano e questa rivista che apparentemente non hanno nulla in comune. Io credo che qualcosa ci sia. I fucili puntati.







Cosa n. 7 che ho scoperto della Calabria
I calabresi non parlano tutti come Sergio Vastano o quell'altro che grida “Franco! O Franco!”. I reggini, in particolare, non hanno un accento in grado di rimescolare i neuroni, a patto che non decidano di comunicare con voi in dialetto. In questo caso, se avete richiesto un'indicazione stradale (ma c'è ancora qualcuno che gira senza navigatore?), siete abbastanza fottuti.


Cosa n. 8 che ho scoperto della Calabria
I Bronzi di Riace sono bellissimi e me li andrò a rivedere a Milano in occasione dell'Expo. Tuttavia sono la meravigliosa rappresentazione plastica della vecchia barzelletta “Turi! Turi! E tu tieni tutta 'sta dinamite ma una miccia così corta?”






Cosa n. 9 che ho scoperto della Calabria
La destra e la sinistra non esistono. Senza alcuna allusione politica. Alla guida, l'indicazione più precisa sulla direzione da prendere, massimo-massimo, sarà “scendi per sotto” o “sali per sopra”.
Cosa n. 9bis che ho scoperto della Calabria
Alla stessa maniera, non so se per una scelta macho-linguistica, le scatole (quelle di cartone) non esistono. Si parla solo di “scatolo” che non viene mai “passato”, ma “sceso” o “salito” a seconda della direzione nella quale si muove.



Cosa n. 10 che ho scoperto della Calabria
Tolta la spazzatura e un certo numero di edifici orripilanti, Reggio Calabria potrebbe essere bella come San Francisco. Se poi facessero il Ponte sullo Stretto, sarebbe ugualissima, solo che a Reggio si mangia un gelato migliore e a San Francisco si sognano la granita al caffè con panna e brioche. Vedi oltre.

Cosa n. 11 che ho scoperto della Calabria
La granita al caffè con la panna è una roba che non mi aspettavo. Cioè. Sono vent'anni che mi rompono i coglioni con 'sta granita al caffè con panna e brioche ma non pensavo che fosse davvero così buona. Di bestia.

Cosa n. 12 che ho scoperto della Calabria
Ok, non è solo qui. Ma la brioche è questa. L'altra, il mio croissant, si chiama “cornetto”, come quello Algida o i fagiolini.

Cosa n. 13 che ho scoperto della Calabria
Le donne calabresi che ho incontrato, sono sembrate eccezionalmente rilassate. Sempre. A me ne deve essere capitata una “difettusa”, come dicono in Calabria. Non escludo, tuttavia, che il fatto di nascere a Milano negli anni '70 abbia influito sul suo umore di fondo.

Cosa n. 14 che ho scoperto della Calabria
C'è gente reale, nel senso che l'ho incontrata di persona e ci ho pure pranzato insieme, che non ha il cappotto. Questo non per motivi di disagio sociale, ma semplicemente perché non ne ha bisogno e va a fare il bagno in mare fino a ottobre. E io questa gente l'ho odiata. Brevemente, almeno fino al secondo giro di Amaro del Capo.

Cosa n. 15 che ho scoperto della Calabria
Se esci in compagnia e hai intenzione di fare il brillante pagando tu la serata, preparati a duelli all'ultimo sangue tipo Cavalleria Rusticana, Ordalia o robe che contengono spade, cavalieri e armature. Se sei ospite, sei ospite.

Cosa n. 16 che ho scoperto della Calabria
Il pisolino pomeridiano è sacrosanto ed è praticato a livello agonistico, un po' come la siesta in Messico, ma senza sombreri. In estate, nei centri abitati, prima delle cinque del pomeriggio trovi aperte solo le banche. E mentre stai morendo disidratato capisci il perché.

Cosa n. 17 che ho scoperto della Calabria
In Calabria si effettua la raccolta differenziata della spazzatura. Nel senso che alcuni rifiuti vengono regolarmente ritirati. Altri, probabilmente quelli “differenti”, tendono a smaterializzarsi autonomamente nelle zone circostanti i cassonetti. Di norma, per autocombustione.

Cosa n. 18 che ho scoperto della Calabria
Le distanze esistono ancora, nel senso che se tra il paese X e il paese Y ci sono 25 chilometri, si attraversano 25 chilometri di natura selvaggia dove, schivando gli incendi, il viaggiatore incontrerà fauna selvatica di vario genere tipo volpi, gatti e ratti. Anche se appiattita a livello suolo quindi con scarsissime possibilità d'interazione. In altre zone d'Italia come la Lombardia, invece, è tutto un susseguirsi di paesi senza soluzione di continuità. Se devi andare in via Roma, potresti comunque arrivarci, però nel paese sbagliato (comprare un cazzo di navigatore o scaricare un'app, cribbio!).


Cosa n. 19 che ho scoperto della Calabria
Nei centri urbani, l'uso del casco per i motociclisti non è affatto disatteso. L'usanza di non indossarlo, persiste tuttavia nei piccoli centri abitati dove, solo i più prudenti, lo portano appeso al braccio, come una borsetta. Forse perchè sono troppo belli. 





Cosa n. 20 che ho scoperto della Calabria
Si tratta di una terra che non mi azzarderei mai a definire “magica”, “incantata” o un qualsiasi aggettivo sufficientemente ruffiano e idiota da leccare in modo lubrico le sinapsi di un potenziale turista (puntando alla sua carta di credito). È comunque un luogo splendido, pieno di problemi che una percentuale importante di calabresi affronta quotidianamente. Non bisogna dimenticarlo, quando ci si viene, e non bisogna giudicare troppo. Almeno se non si sono fatti un po' di chilometri con le scarpe di questa gente dal cuore grande.

Cosa n. 20bis che ho scoperto della Calabria
Da Varese, la Calabria è fottutamente lontana. Specialmente al ritorno che è tutta salita.  

martedì 27 marzo 2012

La mia Jenna è per sempre.

L’ho letto da qualche parte e l’ho detto io stesso diverse volte: biker non si diventa. Lo si è e basta. Non è una scelta razionale, è una cosa che hai dentro e che non è nemmeno legata al possesso reale di una motocicletta, alla maniera in cui la guidi o a quanto spingi quando ci stai seduto sopra. Conosco biker (o più in generale rider) che a piedi lo sono molto più di tanti “poser” che, perché indossano una t-shirt o fanno la faccia brutta per due giorni alla settimana, pensano di essere quello che non saranno mai. Insomma non ci si improvvisa, biker si nasce. E potrai anche spendere migliaia di euro in accessori e abbigliamento, riempirti di teschi sulla pelle, ma certe cose non le compri perché – semplicemente – non te le vende nessuno. Certo, tutto parte dalle moto e dallo sguardo di un ragazzino che spera di crescere in fretta per comprarsi le sue prime due ruote - o le prime ali, dipende da come la si vede. La moto rimane il centro di un mondo che ha tanta apparenza quanta sostanza, se la vai a cercare. Uno spot televisivo HD diceva che “vestiamo di nero perché il nero non mostra sporcizia o debolezza”. Beh, è vero… se scavi appena appena scopri dei cuori grandi e persino qualche cervello (quello non sempre). Ci piace andare a un motoraduno, vagare senza meta o con un obiettivo prefissato, ma senza l’assillo dell’orologio. Ci basta stare con la nostra moto, sentirne il cuore, incontrare persone con le quali condividere. Storie, risate, magari anche solo una birra, tutto ascoltando il ticchettio del motore che si raffredda in una notte di primavera... Non ho bisogno di hotel a cinque stelle e nemmeno di ristoranti da forchettine Michelin. Mai avuto. Voglio solo aria in faccia e asfalto sotto le ruote. Non mi interessa quello che la gente pensa quando sono in sella alla mia moto che è vecchia e ha un sacco di chilometri. Io so chi sono. So cosa voglio. Non so dove vado... ma l'importante è andare.
– ringrazio Fabio per l’ispirazione. Questo post nasce dall’ipotesi di privarmi della mia moto e dal primo ricordo che ho di un’Harley Davidson. 1974, Electra Glide della Politoys. Un giocattolo. Oggi, dopo quasi 40 anni da quella folgorazione, guido proprio quel modello...

mercoledì 14 marzo 2012

tecnologia portami via. Ma anche no.

Ragionacchiavo a casaccio (una cosa che mi viene benissimo, per altro, ma ho la skill da pendolare che mi garantisce un +3 al Neurodelirio da Trasporto) e mi sono accorto che, di base, ormai della tecnologia non mi frega poi molto. Questa cosa, avendo scelto di lavorarci a contatto più o meno diretto, può anche essere un paradosso, ma la vedo come una superba opportunità di scegliere come impiegare il mio residuale tempo libero che, in realtà, è veramente pochino. Caso mai servisse una definizione sintetica di “residuale” la trovate lì. Scegliere. Questa è la parola che ha realmente importanza. L’azione prevista da un verbo all’infinito che sempre più spesso ci è consapevolmente o inconsapevolmente preclusa grazie ai geni del marketing. Esempio: Microsoft ti obbliga a usare le sue cose, quindi Guglielmo Cancelli è Sauron, ma Stefano Lavori, con la sua serie di prodottini seducenti che ti accarezzano le sinapsi, era indiscutibilmente Satanasso. Tralasciando le mie impossibilità di scegliere se pagare o non pagare quella (i-n-s-e-r-i-r-e-i-n-s-u-l-to-a-p-i-a-c-e-r-e) di Equitalia che mi porterà a passare per l’ennesimo anno le mie ferie estive a casa, continuando il pendolarismo tra Varese e Pino Tronzano sul Lago Maggiore che comunque è un bel po’ meglio di Milano, mi sono accorto che scelgo sempre più consapevolmente di NON usare la tecnologia. Ok, non mi sono messo a macinare il caffè o a pestarlo con il martello, non ho piantato la verdura in giardino (quello l’ha già fatto il padrone di casa) e continuo a guidare una moto a carburatore vecchia di 13 anni che amo alla follia sulla quale non ho installato radio, navigatore o impianto denteblu per parlare al telefono mentre guido. Cioè, se sono in moto non mi si rompano i coglioni, grazie. Ho provato a leggere qualche libro su iPad e dopo aver traslocato mi sono maledetto per non aver sempre letto libri su iPad perché i fottuti libri pesano fottute tonnellate, ma quelli su iPad non profumano di stampa e non possono essere archiviati in libreria, una cosa che se sei seduto in poltrona ti consente di lasciare vagare l’occhio sulle coste e ricordare. Questo per dire cosa? Boh, forse, come al solito non lo so, ma può anche essere che l’uso spinto della tecnologia ci butta verso una fruizione sempre più facile ma sempre più superficiale di qualunque contenuto, visivo o sonoro che sia. I vecchi vinili avevano copertine che a volte erano opere d’arte, spesso si aprivano a libro rivelando altri contenuti, la “foderina” del disco conteneva altre foto e i testi delle canzoni. I CD offrono esperienze più compatte ma similari, magari qualche contenuto multimedia (il primo in cui mi sono imbattuto fu lo splendido Lions dei Black Crowes… e non ringrazierò mai abbastanza Pitone per avermeli fatti scoprire nel 2001), eppure era già l’avvisaglia di quello che sarebbe successo dopo: sintesi, tipo collant coprente 5 denari, tutto sempre più piccolo e semi illeggibile tanto che se vuoi bene alle tue diottrie, magari eviti di andare a cercare il nome dell’ingegnere del suono nella minuscola colonnina dei credit.
Questo a sua volta non significa che non rimango aggiornato e che non continuo a rimanerlo (anche se ho dei dubbi sulla “luce pulsata”), semplicemente, a differenza di qualche anno fa, nel mio tempo libero faccio altro. Tuttavia mi viene un dubbio: che questo post sia stato generato dai 200km suonati fatti domenica scorsa in compagnia di amici in mezzo alla natura e conclusisi perdendomi in un abbraccio che è stato come tornare a casa?

martedì 14 agosto 2007

Stamattina

Fatto sta che stamattina, al semaforo, sono lì bello pacioso e tutto cromato che aspetto il verde, quando mi affianca una di queste frecce della malonza. Già non sopporto che non gli si vede la faccia con quei caschi integrali dell'osti, poi fa un caldo della malora e lui è lì, chiuso dentro nella sua tuta di pelle rossa che sgasa come un tamarro.

Avrà un bel po' di caldo, penso... forse è per questo che è nervoso.

Vrom, vroom, vroOom.

Cosa vuole, far la gara? Ma cos'è, ritardato?
Ovviamente l'ho cagato zero e lui è partito con addiritttura un po' di burnout

Così come io non capisco perchè si debbano spendere migliaia di euro per vivere un brivido da 300 all'ora, uno smanettone non capirà mai la bellezza di (cito da un forum) "cavalcare dei trattori su due ruote, ricercandosi ogni giorno come vacche di un' unica mandria".

giovedì 8 marzo 2007

C'è una moto che...

Carlo Talamo (r.i.p.) è, per un certo tipo di motociclista, il responsabile della nascita di una passione. Importatore di H-D, Buell, Triumph e in seguito anche di Rolls e Bentley, Carlo ha rappresentato molto per la scena biker italiana fungendo tanto da catalizzatore quanto da parafulmine. Anticonformista, personaggio in tutto e per tutto, Talamo ha anche scritto delle poesie, logicamente dedicate alle sue moto. Mi permetto di riportanre una che, come tante, è priva di titolo.


C'è una motocicletta che se ne frega delle mode.
E dagli altri non ha copiato niente.

E' in giro da cent'anni.

Ma non è cambiata cento volte.

Ha due cilindri e un carburatore.

E poche valvole e pochi pezzi.

Per restare una motocicletta.

Per durare nel tempo.

C'è un motore che vibra e vive.

Che è vero. 

Che non divide nulla con la tecnologia spaziale.

C'è ancora qualcuno che misura la leggenda in secoli.

E non in secondi.

C'è un sistema di essere felici a 30 all'ora.

C'è un modo di andare in motocicletta senza sfidare il mondo intero.

Ci sono spazi che vale la pena ancora di vedere al rallentatore.

Senza record casello-casello.

Senza duecentosettantaallora. 

Senza spaccare una gomma in mille chilometri.

C'è una motocicletta che non batterà limiti di accelerazione.

Che ha sconfitto tutti gli attacchi.

Una motocicletta tanto imitata.

Che è rimasta se stessa.

Che ha superato le mode.

Andando per la sua strada con dignità.

Una motocicletta che può girare senza il nome sul serbatoio.

E senza essere scambiata con qualcun altro.

Sono ancora in giro per il mondo e per l'Italia, quelle belle motociclette semplici, sane, robuste.

Figlie del cuore, non del computer.

Quelle motociclette alle quali voglio bene.


Carlo Talamo (1952-2002)

mercoledì 7 marzo 2007

Memorie di un esordiente totale

Non so quanti ricordano, ancora oggi, il loro primo giorno di scuola. Io ricordo distintamente l’inizio all’università, il primo giorno delle superiori, delle medie e persino quello delle elementari. Non è che me lo imponga coscientemente, semplicemente succede, come se ogni nuovo inizio importante aprisse un raccoglitore virtuale nel mio cervello e registrasse tutto quello che accade. Stranamente questa cosa non capita con gli eventi del venerdì o del sabato sera che mi appaiono, spesso, ricoperti da una patina fosca che sfuma i contorni e attutisce i rumori, un po’ come fa la nebbia. Da domenica sera, invece, il settore dei “primi giorni di scuola” ne contiene un altro, fresco,
intenso, ricco di emozioni e chilometri. Da matricola quale sono, motociclistica in termini generali e di chapter in particolare, ho sentito l’esigenza (pungolata garbatamente dal Capo del Chapter Varese) di trasformare in parola le sensazioni di una giornata importante, una decina d’ore che, ne sono certo, ricorderò per molto tempo a venire. Nessuna pretesa di raccontare come sono andate le cose, se è stato un buon giro o no, se il percorso era facile/difficile/medio o altro ancora, non ho la competenza né il “chilometraggio” per farlo, ma semplicemente il desiderio di condividere quello che ho vissuto in prima persona.

Wake up
Domenica mattina, presto. Sveglia dopo un sabato sera mediamente impegnativo. Eclissi di luna e concerto (blues). Ottimo: niente mal di testa da carenza di sonno e, soprattutto, da consumo vivace di birra. E’ che sono un godurioso, non ci posso fare niente. Giusto un velo di rimbambimento che, penso, sarà spazzato via definitivamente dall’accensione della mia Harley, cosa che puntualmente succede. Aspetto questa giornata da qualche settimana e mi chiedo come sarà. Ho anche dato un’occhiata su Internet e ho capito in fretta che lo Zio Lalo è una meta che accomuna molti motociclisti. Su un paio di forum ho letto anche vaghi accenni all’ultima parte della salita, ma non me ne sono preoccupato poi molto: forse avrei dovuto farlo, se non altro per prepararmi mentalmente...

Meeting point
L’effetto “matricola” è accresciuto dallo zainetto che mi porto sulle spalle, abbastanza fuori luogo ma utile e necessario, almeno fino all’arrivo di una borsa vera. Mi sento un po’come il prototipo del primino, penso che mi manchi solo il lecca-lecca, quello grosso con la decorazione a spirale, e una tartaruga ninja appiccicata da qualche parte. Il posteggio del Tala nel frattempo si riempie di Harley, belle, lucide e… rumorose, tanto che la mia Sporster sembra un po’ “giù di voce” rispetto a quello che sento attorno a me. Siamo tanti, mi guardo attorno e comincio a pensare, a prendere appunti mentali su cosa mi piacerebbe cambiare e su come farlo, su modifiche e cromature, mentre le raccomandazioni di Daniele, del Raffy e degli altri ragazzi conosciuti alle riunioni del giovedì tornano in mente: “lassa stà! Non spenderci troppo sullo Sporster, che presto ti verrà voglia di qualcosa di più grosso”. Per ora mi sembra una gran bella idea fare qualche aggiustamento estetico alla mia moto... al momento non lo so ancora, ma entro sera avrò imparato una lezione importante (la prima) che mi farà rivedere le priorità. Nel frattempo ci si rilassa, si fuma qualche sigaretta e ci si saluta mentre il Capo Tala rifinisce i dettagli, Aurelione distribuisce i giubbini a security officer e staffette e il Raffy fa l’appello.

Partenza!
Poi succede: si parte, ed è un brivido immediato, dopo le prime due curve, vedere il chapter schierato al semaforo. Ci si muove fluidi, una massa compatta che passa le rotonde dell’Iper davanti agli automobilisti in coda, ai ciclisti della domenica, a qualche stradale solitario diretto al suo punto di ritrovo succhiando il manubrio. Subito ci si fa inghiottire dalla galleria della tangenziale di Varese. Un attimo, solo poche centinaia di metri ma fenomenali, almeno per me. Immagino che tutti gli harleysti ci siano ormai abituati, ma posso garantire che ascoltando quel suono che rotola sulle pareti curve del tunnel mi viene la pelle d’oca. Sorrido e mi rendo conto di essere parte di un gruppo, annuso l’aria e mi godo questo spettacolare inizio di giornata. C’è un bel sole e la temperatura è gradevole, ma l’aria è fresca e non si sentono ancora gli odori della primavera. Resto dietro, quasi in coda, con i rettilinei in salita che mi regalano la vista impressionante di un serpentone nero e arancio che si allunga e si accorcia a seconda dell’andatura. E’ così bello da vedere che vorrei fotografarlo, ma è il caso che mi preoccupi di guidare e tenere il passo, ci sarà sicuramente un momento e un luogo anche per le foto.

Stresa
I cartelli dei paesi si avvicendano. Sesto Calende, Castelletto Ticino, Arona. Sbuchiamo sul lungolago in direzione di Stresa. Il panorama è bellissimo e dal lago sale un po’ di vento, ma non c’è tempo per guardarsi troppo attorno, la strada invita ed è tempo di dare gas scaricando cavalli e tensioni. Qui comincio a capire che devo guidare un bel po’, imparare a stare in strada e guadagnare sicurezza per evitare di essere il freno della situazione. Fortunatamente il Capo Tala si prende la briga si farmi da angelo custode e durante tutta la giornata, tanto all’andata che al ritorno, in qualsiasi momento mi volto a destra o guardo negli specchietti, trovo la sua giacca arancione e il muso della sua Buell a rassicurarmi. Si fa tappa a Stresa, pochi minuti per sgranchire le gambe e bere un caffè, il tutto arricchito da un siparietto quasi comico con i posteggiatori che non riescono a mettersi d’accordo (tra loro) su dove dovremmo sistemare le moto. “Mettetevi qui, mettetevi là” e alla fine ci intruppiamo, senza molto entusiasmo, in un angolo del posteggio dei pullman, con la speranza che nessun autista sbagli manovra con il suo bestione. Ma è un attimo. Dopo poco, infatti si monta in sella di nuovo e si comincia a salire verso Omegna, lungo una strada che offre panorama, saliscendi e curve dolci che… riconfermano la mia mancanza d’esperienza quando c’è da girare la manetta anche in curva!

Si sale e…
L’alpe Quaggione (a quasi 1200 metri d’altezza) ci accoglie con un cartello che, da perfetto masochista quale sono, mi fermo a leggere per bene. Le ultime parole si fissano nel cranio come se me le avessero scalpellate dentro. “Strada senza sbarre, salite a vostro rischio”. Penso brevemente al fatto che soffro di vertigini in modo definitivo, insomma, basta un po’ d’altitudine e io mi cago addosso senza ritegno, ma adesso c’è da salire, vedremo dopo. Lo zio Lalo intanto è lì che “ruga” la polenta e ci aspetta. La vista dal piazzale della sua baita ripaga della fatica fatta per salire. Tornanti stretti, asfalto pieno di crepe, buchi e ghiaietto traditore vengono definitivamente dimenticati a tavola dove siedo di fianco a Paride. Il vichingo, che invece di viaggiare su un Drakkar cavalca un V-Rod, annuncia solennemente di essere a dieta. Meno male, perché il suo piatto non rimane vuoto un secondo e mi chiedo dove trovi il tempo per respirare! Brindisi, caffè, amari e grappini e si riaccendono i motori, pronti a tornare verso casa.

…si scende
Come ho detto, non soffro di vertigini in modo “normale”. Le altitudini mi paralizzano letteralmente tutti i movimenti, praticamente la situazione ideale per guidare una moto o qualsiasi mezzo di trasporto! Infatti ci metto una vita e, sempre scortato dal Tala, raggiungo la piazza di Omega per ultimo, un po’ scosso e decisamente stanco. La vista del chapter in attesa mi rincuora, anche se sono imbarazzato ed avrei una gran voglia di scusarmi con tutti per il ritardo. Si riparte sull’altra sponda del Verbano e dopo una sosta per riempire i serbatoi (mentre i balconi si riempiono di gente che continua a sorridere anche quando ripartiamo rombando, alla faccia di chi dice che le H-D fanno solo casino… forse perchè c’è modo e modo di fare rumore) ci rimettiamo in strada in direzione Borgomanero. Il traffico aumenta sensibilmente e staffette e safety hanno il loro bel daffare per bloccare qualche automobilista indisciplinato o semplicemente poco gentile. D’altra parte mi rendo conto che aspettare due-minuti-a-uno-Stop-la-domenica-pomeriggio-ore-diciassette deve essere veramente intollerabile… In effetti, da quando vado in moto, ho potuto verificare almeno un paio di volte la scarsa collaborazione degli automobilisti. Forse sono stati questi spaventi che mi hanno tolto un po’ di… peso dal polso, Chissà. Resta il fatto che andando in giro da soli non ci considerano mai.

Lesson ciù
Però mi accorgo che qui non sono mai solo. Oltre al Capo Tala, che è diventato la mia ombra, mi ritrovo preceduto da altri membri del chapter che a turno sembrano venire a “tirarmi la volata”. Come in Natura, il gruppo significa protezione, la compattezza inattaccabilità, l’organizzazione (concetto contrario a ogni declinazione dell’idea di libertà e quindi, in potenza, all’essenza stessa del biker) significa sicurezza. Durante questa giornata trascorsa in sella non sono mancati gli imprevisti, una caduta e una cinghia rotta per citare solo quelli che ho visto da vicino, ma ogni problema è stato affrontato e risolto proprio grazie al gruppo e all’organizzazione. E’ qui che imparo immediatamente la seconda lezione, Piero Angela sarebbe orgoglioso di me. Non che prima lo pensassi, ma ora ne sono certo: la patch sulla schiena non è uno status symbol da sfoggiare all’ora dell’aperitivo, “vale” molto di più e “pesa” molto di più. Amicizia, supporto, partecipazione, condivisione. Vedrò di guadagnarmela.

giovedì 1 marzo 2007

Dichiarazione d’Amore verso un mito...

In attesa del mio primo run ufficiale, riprendo dal sito del Varese Chapter le belle parole scritte dal Raffy. Condivido al 1000% e aggiungo che anch'io, malgrado non abbia le pedane del passeggero, non viaggio mai solo.

< tempo di lettura meno di 5 min. >

"E’ un po’ datata, ma sempre estremamente attuale una frase riportata su patches e gadgets vari marchiati Bar ’n’ Shield: “If I’d to explain, you’d not understand”, se dovessi spiegarti, non capiresti… Frase semplice, diretta, proveniente, sine dubio, da mente forgiata nel crogiuolo della vita biker americana. Battuta banale, senza possibilità di replica dietro cui si celano emozioni, usi e costumi, comportamenti, ideali, desideri, valori e ambizioni che affondano antiche radici nel profondo di quella miscela di passioni e raziocinio qual è l’animo umano. Impresa ardua la mia; tentare di spiegare un concetto che esiste a prescindere dalla sua spiegazione: la “moto” va vissuta, non spiegata, semmai raccontata. D’accordo, ogni passione che si rispetti nasce da qualcosa che si ha dentro, coltivata e accresciuta dall’ambiente che si decide di frequentare, ma qui stiamo parlando di qualcosa che si spinge ben oltre a tutto ciò. Con tale affermazione non voglio sminuire tutte le altre passioni: ognuna di esse racchiude la nobiltà che rende la vita di un essere umano degna di essere vissuta (…piuttosto collezionate tappi di bottiglia, ma dedicateVi a qualcosa che vada al di là dei doveri che ci siamo imposti!!!). Qualcuno può obbiettare, asserendo che comunque qualsiasi tipo di due ruote dotata di sistema propulsivo possa regalare e garantire la libertà ed il piacere racchiuso in essa. Vero. E’ già tantissimo, ma per me, per Noi, non abbastanza. L’Harley® ti porta nella Storia, nella Leggenda e ti invita a farne parte. E’ la casa motociclistica più longeva, non ha mai cessato la sua attività: quest’anno Willie G. ha spento centotre candeline. Ha attraversato momenti cupi e si è sempre risollevata. E’ stata capace di adattarsi a qualsiasi epoca, cercando sempre di dialogare costantemente con la sua “base”. Ha capito quanto fosse importante per sé stessa e per il suo “popolo”, sviluppare il complesso sistema Uomo – Macchina: l’H.O.G.® è il club motociclistico ufficiale direttamente legato alla casa madre più numeroso al mondo. Chi compra un Harley® entra a far parte di una grande famiglia ove il senso di appartenenza e lo spirito di gruppo sono indissolubilmente legati a filo doppio, nero & arancione, all’esaltazione dell’Individuo e alla sua voglia di distinzione. Esagerato? Troppo entusiasta? Cercate una foto di qualche velocipede a motore dei Vostri bisnonni: ciò che Vi colpirà saranno pochi elementi. Pochi elementi essenziali: un motore, ben in vista, due ruote, un meccanismo per trasmetterne il moto ed un semplice telaio per tenere insieme il tutto. Osservate un Harley Davidson® di oggi: la tecnologia moderna ormai è entrata prepotentemente nel suo intimo, ma il sostantivo che forse le appartiene di più è essenzialità (anche se l’oggetto del Vostro rimirar fosse un’Ultra). Solo il motore così sfacciatamente in evidenza, può essere assimilato a scultura moderna. Ieri come oggi. Tornando alla foto, vicino a tale distillato, ci sarà sicuramente un tipo fornito di smagliante sorriso che va da un orecchio all’altro, che indossa probabilmente indumenti prestati da qualche parente dedito a qualche sport equino, riadattati alla bisogna. Erano i primi uomini a cimentarsi con qualcosa di unico, qualcosa che qualcuno aveva sognato e qualcun altro od il medesimo aveva tradotto in pratica. Erano pionieri. Pionieri come chi, qualche manciata di anni prima, nel bene e nel male, aveva attraversato l’America, dal Far East al Far West. E allora il pensiero segue immediatamente la direzione che ci porta a ricordare quanto sia fondamentale per l’Essere Umano ricercare, scoprire ed emozionarsi. Il ricordo vola verso quei pionieri, quegli esploratori, uomini con la mente persa nei sogni, uomini dalle forti ambizioni, alla continua ricerca di nuovi mondi, che siano, ieri, un’isoletta sperduta nell’Oceano, una nuova vetta da conquistare o che siano, oggi, nuovi pianeti e corpi celesti o antiche rovine di civiltà sepolte sotto km. di acqua salata. Un Harley Davidson® è impastata di Storia, di storia di Uomini e di Donne. E’ sintesi di anni di Kustom Culture americana; è permeata dalla polvere dei primi circuiti percorsi a manetta spalancata da splendide borghesi cruiser, trasformate in altrettanto magnifiche grezze e ruspanti racer, immolate sul sacro altare della bobberizzazione. Odora di Happy Days, di Gioventù Bruciata e di American Graffiti, di Hells Angels di quel sacramento di Sonny Barger e di tutti gli one percenters del pianeta. Trasuda visionaria e lisergica attitudine chopperistica dei tardi Sixties e dei controversi Seventies. E’ mistico viaggio che solca la Route 66, rimbalza come la pallina dei vecchi flippers tra le perversioni di William Burroughs e la sotterranea voglia di perdersi in malate storie di Jack Keroauc per ritrovare, infine, sé stessi sul ciglio di una statale con le mani sporche di grasso ed il sapore di crudo di Parma in bocca… E poi. E poi l’Harley® è compagna di vita. Ogni suono, ogni gesto che proviene da Lei e dal suo mondo ti fa passare la fastidiosa emicrania da stress causata dai vari rompicoglioni con cui hai a che fare tutti i santi giorni. E’ un dito medio piazzato in faccia a chi ti ricorda costantemente solo i tuoi doveri e i suoi diritti; è lo sguardo meravigliato dell’innocenza di un bambino che Vi guarda dal finestrino, lo sguardo eccitato di sua madre e lo sguardo invidioso di suo padre. E’ un calcio assestato nel basso ventre alla mediocrità di sciabattanti soprammobili che a trent’anni ne dimostrano settanta. La tua HD è sempre lì ad aspettarti ogni volta che la Vita è pronta a prenderti a calci in culo, ogni volta che un Amore finisce, ogni volta che qualcuno decide che qualcun altro deve partire per non tornare più, ogni volta che tu sei depresso od entusiasta, nervoso o serafico, ogni volta che ci sia da festeggiare un successo o che sia un momento da Fuck The World… Qualcuno avrà notato che ho sempre le pedane del passeggero abbassate, anche se viaggio solo. Mi piace pensare che le emozioni che vivo possano essere condivise anche da qualcuno che ha raggiunto dimensioni diverse dalla nostra; el me papà non ha mai pensato di conoscere e comprendere la motocicletta: spero che, lassù si sia ricreduto… No ragassuoli, non è una via di fuga. Fuggire non serve, tanto devi tornare. L’Harley è uno specchio. Lo specchio in cui rifletti te stesso, le tue emozioni, pronta a farsi plasmare e trasformare in mille e più modi diversi mantenendo comunque intatta la sua identità di Regina della Strada. Il Chapter è il luogo ove impari o affini, se già la possiedi, la capacità di aggredire un problema moltiplicandolo in più piccole frazioni, maggiormente “digeribili” e come ogni aggregazione umana è scuola di vita. Voltaire diceva:«Ho deciso di essere felice, perché fa bene alla salute». Percorrere la via verso la felicità su di un’Harley® ne amplifica il concetto. Cosa spinge una legione di Hoggers, di anno in anno sempre più nutrita e numerosa, a raggiungere la East Coast italiana in quel di Rimini, sede dell’HOG® Inverno, sfidando le insidiose armi del Generale Inverno, intabarrati come Esquimesi, goffi come orsi polari, impavidi, senza macchia, senza paura come moderni Cavalieri di Ventura, fuori dallo spazio, fuori dal tempo, dentro una magica e ovattata dimensione alla ricerca di sé stessi, quando “fuori piove un mondo freddo” ed “in giro c’è nessuno”? Se dovessi spiegarti… Come sempre: Be Proud and Be Happy. Orgogliosi di appartenere al Vostro Hog® Chapter. Felici di cavalcare l’unica motocicletta al mondo che abbia un’anima…"

lunedì 29 gennaio 2007

58

Tanti ne ho fatti domenica. Pochi-pochi, in verità, ma il termometro non era ancora amico di nessuno, a parte i ciuccia manubri sui loro plasticoni giapponesi che, tra carena e tutoni di pelle, non sentono neanche se gli versi addosso l’idrogeno liquido. Giornata splendida, però. Aria frizzante, cielo terso, sole finto (quello che illumina bene tutto quanto ma non scalda neanche se lo paghi) e un tizio rotondetto che, col sorriso tipo-ictus, se la romba allegro verso la Svizzera. Bellissimo. Tutto. Specialmente il tizio rotondetto. Peccato che, come al solito, quando Capitan Costina accende la moto si dimentichi di pensare a dove andare, di farsi una mappina mentale anche minima del “run” , e lasci che sia il momento a decidere. Che poi è la cosa migliore per girare da quelste parti. Infatti succede che, ispirato da un profumo, da una strada o da quello che capita vado a scoprire posti splendidi che inevitabilmente non sono più in grado di raggiungere una seconda volta. Porcaloca. Ma questo non è importante e nemmeno più tanto vero perchè ho il navigatore che mi prende le coordinate del posto dove mi trovo e lo fa diventare un “punto di interesse”. Fréguntùbo? Amen. Infatti, non è accaduto niente di particolare se non che, dopo aver scelto la sponda del Ceresio (lago) esposta al sole, mi sono ritrovato sulla strada del ritorno completamente in ombra. Ho preso un freddo dell’osti e oggi ho starnutito&tossito tutto il giorno. Ma ha da finire l’inverno, oh! se ha da finire! Curioso che non abbia visto neanche un collega hogger in giro...

La pupazza non c’entra quasi niente ma credo che non esista migliore augurio per un prossimo weekend bello caldo. Ok, caldo è difficile. Mi basta tiepido...

venerdì 26 gennaio 2007

Cielo grigio su... qui fa un freddo blu.

Come previsto, nel momento in cui ho “tappato” il buco che c’era in garage (spazio vuoto cui accennavo nel post relativo a World of Warcraft) ha smesso di fare bello, la temperatura è scesa sotto zero e ha cominciato a nevicare… Però, nel breve lasso di tempo che è intercorso tra il ritiro dello splendido Sporster che ora mi appartiene e il drammatico cambiamento del clima (finalmente gli orsi potranno andare a dormire), sono riuscito a macinare un centinaio di chilometri. Che goduria. Poca cosa rispetto a quelli che conto di fare da questa primavera in poi, ma sufficienti per capire il motivo per cui si dice che le Harley abbiano un’anima. Il suono del motore mi ha conquistato in un attimo e l’estremo piacere che la guida comunica è bastato per farmi desiderare altre latitudini, stagioni e temperature rispetto a quelle che adoro. Non ci credo, ma ho voglia di sole e per adesso l'unica cosa che posso fare è inaugurare una nuova categoria…