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lunedì 6 gennaio 2020

Avere il blues



Avere il blues è una roba strana. Dicono che per averlo bisogna essere afroamericani (insomma… un po’ scuri di pelle) e che è una cosa che ti prende quando meno te lo aspetti. A parte il fatto che sul serio non sai quando arriva, al massimo intuisci da dove, la questione del colore è vera fino a un certo punto perché c’è un sacco di gente pallida che l’ha capito e che lo suonava, o lo suona se è tutt’ora vivente, come si deve. Gente come Eric Clapton (inglese), John Mayall (idem), Gary Moore (irlandese - R.I.P.), Rory Gallagher (irlandese – R.I.P.), Sean Costello (americano – R.I.P.), Sean Chambers (americano), Tolo Marton (italiano), Guido Toffoletti (idem – R.I.P.). Ok, molti sono morti, ma il dato non è assolutamente fondamentale. In tanti casi dipende dall’età, in altrettanti dipende dai demoni che hai addosso perché sì, se lo lasci fare, se sei predisposto, il blues ti mette a nudo e in contatto coi tuoi demoni dato che apre le porte dove li hai richiusi. Anche quelli che dicono di non averne, di porte e di demoni, li hanno entrambi, d’altronde li abbiamo tutti. Il blues è una chiave che, se la usi, può aprire quelle porte. Ciò che trovi oltre la porta non è mai certo. Ti può mangiare vivo come dare una spinta verso l’alto o verso il basso. Non lo sai mai. Nel corso della mia vita ho incontrato un sacco di gente potenzialmente blues, ma di musicisti italiani con quella sensibilità, quelle porte aperte, forse tre, massimo quattro e uno di loro non è più qui. Un altro, per fortuna, ho ancora il piacere di frequentarlo e ascoltarlo, talvolta persino di cantarci insieme. L’idea sbagliatissima, secondo me, è che il blues sia noioso, triste e cupo. Il blues celebra la vita in ogni suo aspetto, nel bello e nel brutto, ma senza fare finta che l’ultimo non esista. Talvolta ti offre una speranza, più spesso di dice di tirare su la testa e tirare diritto perché anche quando sei  nella merda più puzzolente arriverà qualcosa e tu dovrai essere lì, pronto a godere del momento. Una donna, un sapore, uno sguardo, un sorso. Qualcosa. In Red House Jimi dice non senza una punta d’ironia: “If my baby she don’t loves me no more, I’m sure her sister will”. Easy. Il blues ha a che fare con quello che siamo e chi lo ascolta deve avere il coraggio di lasciarsi andare, così come chi lo interpreta, completamente. Per scoprirsi e per ritrovarsi. Se non ti lasci andare, suonerai o canterai sicuramente bene, magari farai anche un grande concerto, ma non avrai goduto, non avrai cavalcato l’onda e non avrai lasciato che la TUA onda esca ripulendo la tua anima.   

sabato 3 settembre 2011

Have mercy!


Avere il blues è una roba strana.  Dicono che per averlo bisogna essere afroamericani (insomma, scuri) e che è una cosa che ti prende quando meno te lo aspetti.  A parte il fatto che sul serio non sai quando arriva o da dove, la questione del colore è vera fino a un certo punto perché c’è un sacco di gente pallida che l’ha capito e che lo suonava, o lo suona, se è tutt’ora vivente,  come si deve. Gente come Eric Clapton (inglese), John Mayall (idem), Gary Moore (irlandese - R.I.P.), Rory Gallagher (irlandese – R.I.P.), Sean Costello (americano – R.I.P.), Tolo Marton (italiano), Guido Toffoletti (idem – R.I.P.).  L’idea (sbagliatissima, secondo me) è che il blues sia noioso, triste e cupo. Il blues celebra la vita in ogni suo aspetto, nel bello e nel brutto, ma senza fare finta che quest’ultimo non esista.  Però ti offre una speranza, sempre. Anche quando sei  nella merda più puzzolente, c’è qualcosa che ti tirerà su e dovrai essere lì pronto a godere del momento. Una donna, un sapore, uno sguardo. Qualcosa. In Red House Jimi dice, non senza un apunta d’ironia: “If my baby she don’t loves me no more, I’m sure her sister will”. Easy. Il blues ha a che fare con quello che siamo e chi lo ascolta deve avere il coraggio di lasciarsi andare, così come chi lo interpreta, completamente. Per scoprirsi o per ritrovarsi.   

mercoledì 4 giugno 2008

Goodbye Bo...

Sipario chiuso su un altro grande della musica e con la tristezza che sempre mi prende quando leggo queste notizie, lascio alle agenzie il commento.

Sono sempre più simile al ragazzino de Il Sesto Senso: lui vedeva "la gente morta", io ormai ascolto solo "gente morta", d'altra parte cosa dovrei comperare? I dischi dei Good Charlotte? Fortuna che i grandi hanno lasciato un'eredità di musica straordinaria da sentire e godere... E meno male che ci sono ancora in giro tizi come Joe Bonamassa, và...

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(ASCA) - Roma, 3 giu - Si e' spento ieri per un arresto cardiaco all'eta' di 79 anni, nella sua casa di Archer, in Florida, Bo Diddley, uno dei padri fondatori del rock'n'roll.

Nato a Mc Comb, sul Mississippi, il 30 dicembre 1928, esordi' nel 1955 con il singolo 'Bo Diddley/ I'm a Man' e il sound particolare delle sue canzoni fu subito ribattezzato il ''Diddley Beat''.

Diddley ha influenzato generazioni di musicisti: da Buddy Holly ai Rolling Stones, dai The Who a Bruce Springsteen, dagli U2 a George Michael, senza dimenticare lo stesso Elvis Presley.

Soprannominato ''The Originator of Rock 'N' Roll'', Bo Diddley ha scritto hit come 'Pretty Thing', 'Mona', 'Who Do You Love?', 'You Can't Judge a Book by Its Cover', 'I'm a Man' e ''Not Fade Away'', ripresa, tra gli altri, anche dai Rolling Stones che trasformarono la canzone in un successo planetario.

For those who may concern...

Sono vivo, neh?
Oddio, più o meno...
Ma torno appena possibile, cioè quando sono riuscito a rimettere insieme i cocci di uno schianto (metaforico, ma anche metadentrico...) che non pensavo fosse tanto grave...
Denari, vita, lavoro...
Che razza di casino...
Ma d'altra parte "I've been down to the crossroads, fell down on my knees..."

sabato 8 marzo 2008

GoodNite Buddy

dal corriere.it - Jimi Hendrix diceva che Buddy Miles «picchiava a morte la batteria». Corpulento dallo stile feroce, un occhio al rhythm’n’blues e uno al rock, il musicista di Omaha (nel New England) avrebbe voluto essere ricordato come «il più cattivo fra i cattivi». Sicuramente è stato uno dei più importanti batteristi nella storia del rock. Martedì è morto nella sua casa di Austin, in Texas, per complicazioni cardiache. Aveva sessant’anni. Nonostante abbia lavorato, fra gli altri, con Carlos Santana (con cui registrò un album nel cratere di un vulcano alle Hawaii) e John McLaughlin, il suo nome è legato a quello di Hendrix e alla sua Band of Gypsys, il trio con Billy Cox al basso che portava avanti il «black power» musicale. Fu una gloriosa ma brevissima esperienza, nel ’69, culminata con un album live (l’ultimo autorizzato da Hendrix prima della sua morte), tratto da quattro concerti nel periodo di Capodanno del 1970 a New York. «Fin dalla prima sera la gente era soggiogata dal suono che avevamo creato», ha ricordato Miles. Jimi l’aveva conosciuto a Montreal quando il chitarrista di Seattle suonava con gli Isley Brothers e Buddy con Ruby & the Romantics. «Jimi e io parlavamo lo stesso linguaggio musicale. Avevamo imparato a suonare da soli e il nostro approccio alla musica era anticonvenzionale. Non ci spremevamo il cervello per scrivere gli arrangiamenti». Hendrix, affascinato dal suo stile percussivo lo volle in studio per suonare tre pezzi nel suo album leggendario «Electric Ladyland». Nonostante nell’allora formazione di Hendrix militasse il batterista Mitch Mitchell. «Lui è straordinario, ma sui blues sono meglio io», sottolineava il burbero Buddy.
Nato il 5 settembre 1947 come George Miles, cominciò a suonare giovanissimo nel gruppo jazz di suo padre. Poco più che adolescente venne preso nella band di Wilson Pickett. Creò con il chitarrista Mike Bloomfield gli Electric Flag («La miglior band con cui abbia mai suonato») e, nel 1968, formò i Buddy Miles Express, pubblicando il disco «Expressway To Your Skull», prodotto da Hendrix. Negli anni Settanta arrivò la collaborazione con Santana. Ma nel decennio successivo Buddy dissipò il suo talento fra disavventure giudiziarie e problemi con la droga: «Sono andato all’inferno e ne sono uscito. Ero arrivato a un punto in cui i miei problemi stavano per sopraffarmi, non mi fregava più di nulla».
Alla fine degli anni Ottanta, il ritorno «miracoloso». Con una curiosità: Miles prestò la voce e una sua personale versione di «I Heard It Through the Grapevine» di Marvin Gaye per uno spot. Protagonisti erano i pupazzi animati California Raisins (le uvette californiane). Ancora oggi è considerato il jingle più famoso della tv americana.
La lista degli artisti con i quali ha lavorato è lunghissima: David Bowie, Prince, Muddy Waters, Stevie Wonder, Aretha Franklin, Betty Davis, Neil Young, Barry White, Stevie Ray Vaughan. Una delle sue pubblicazioni più recenti è «Blues Berries» del 2002. «Sono stato un musicista per tutta la mia vita — ha detto in una delle sue ultime interviste —. Non ho fatto nient’altro».

lunedì 13 agosto 2007

Tanto per dire.

La sola ragione che trattiene la maggior parte dei musicisti rock dall'affondare nell'analfabetismo integrale è la necessità di leggere il manuale d'istruzioni della loro Mercedes.

Gary Trudeau

mercoledì 9 maggio 2007

COME SI CANTA IL BLUES

di Lame Mango Washington
(attribuito a Memphis Earlene Gray con la collaborazione di Uncle Plunky, revisioni a cura di Little Blind Patti D. & Dr. Stevie Franklin, trad. e adattamento di Capitan Costina)


1. la maggior parte dei Blues cominciano con "Woke up this morning." (mi sono svegliato stamattina)

2. "I got a good woman" (ho una brava donna) è una maniera sbagliata per cominciare un blues, a meno che non si pareggi la situazione immediatamente attaccando qualcosa di brutto nel verso successivo tipo "I got a good woman, with the meanest face in town." (ho una brava donna con la peggior faccia che si possa trovare in città).

3. Il Blues è semplice. se sei riuscito a beccare il primo verso e a renderlo efficace, ripetilo. Poi cerca qualcosa che faccia rima, qualcosa del tipo: "Got a good woman - with the meanest face in town. Got teeth like Margaret Thatcher - and she weigh 500 pound." (ho una brava donna con la peggior faccia che si possa trovare in città. ha i denti come quelli di Margaret Thatcher e pesa 500 pound - ok, in italiano non fa rima, ma il blues in italiano non esiste. e nessuno si azzardi a dire che zucchero fa blues).

4. il Blues non ha a che fare con la possibilità di scegliere. sei dentro a un cavolo di fosso, un maledetto buco oscuro, piantato nel terreno e non c'è via d'uscita, ochei?

5. Automobili Blues: Chevy, Cadillac e furgoni americani da rottamare a vista. Il Blues non viaggia a bordo di Volvo, BMW o SUV. i veicoli più blues di tutti sono i bus Greyhound o i treni dei pendolari. nemmeno gli aerei sono blues, a meno che non cadano con il bluesman a bordo e lui non sopravviva. camminare un sacco, invece, fa poderosamente parte del "blues lifestyle". come ubriacarsi fino alla morte. Moto: Indian o Harley.

6. i Teenager NON possono cantare il Blues. semplicemente perchè non hanno ancora cominciato a ubriacarsi fino alla morte. gli adulti cantano il Blues. nel Blues, "essere adulti" significa essere abbastanza grandi per essere condannati alla sedia elettrica se spari a qualcuno giù a Memphis.

7. il Blues può essere ambientato a New York City ma non alle Hawaii o in qualsiasi zona del Canada. problemi a Minneapolis-St. Paul o Tucson rappresentano una semplice depressione. Chicago, St. Louis e Kansas City sono i posti migliori per farsi venire il Blues. infatti, non puoi avere il Blues in un posto dove non piove. quindi varese va benissimo.

8. un uomo con la classica pelata da ragioniere non è blues. una donna con lo stesso problema si. così come romperti una gamba sciando non è blues e farlo perchè un alligatore ha cercato di staccartela lo è.

9. non puoi sentirti Blues in un ufficio o in un centro commerciale. è un problema di luce. troppa. il bagno dell'ufficio può essere blues, specialmente a fine giornata, così come il posteggio del centro commerciale dopo l'orario di chiusura.

10. ottimi posti per trovare il Blues:
a. autostrada
b. prigione
c. letto vuoto
d. alla fine di un bicchiere di whisky
11. posti sbagliati dove non lo troverai mai:
a. ashram in india
b. inaugurazioni di mostre d'arte contemporanea
c. feste universitarie
d. campi da golf

12. nessuno crederà mai che hai addosso il Blues se porti un bel completo con tanto di cravatta, a meno che tu non abbia più di 60 anni, sia negro e soprattutto sembri chiaro che, nel tuo bel completo, è una settimana che ci dormi dentro

13. hai il diritto di cantare il blues?
Si, se:
a. ti ricordi l'avvento dell'elettricità
b. sei cieco
c. hai sparato a qualcuno giù a Memphis
d. non riesci a trovare la pace ("can't be satisfied, oh yeah")

No, se:
a. hai ancora tutti i denti
b. eri cieco ma grazie a un'operazione sofisticatissima ora ci vedi

c. l'uomo di Memphis è sopravvissuto

d. hai una pensione integrativa

14. cantare il Blues non ha a che vedere con il colore della pelle. è una questione di semplice sfiga.
Tiger Woods non può cantare il blues.
Gary Coleman (Arnold) potrebbe.
Johnny Winter (alcolizzato, tossico e albino) può.

15. Se chiedi un bicchiere d'acqua e la tua "baby" ti serve una pinta di benzina, quello è Blues.
Altre bevande Blues accettabili sono:
a. vino
b. whiskey o bourbon
c. acqua fangosa (muddy water)
d. caffè nero

le seguenti NON SONO bevande Blues:
a. long drink e cocktail con frutta e ombrellini
b. vino kosher
c. snapple, gatorade, red bull, burn e gli energy drink in generale
d. acqua gassata a meno che non sia usata per smacchiare il sangue di quello cui hai sparato giù a Memphis

16. quelle in motel pulciosi o baracche di lamiera sono morti Blues.
accoltellato alla schiena da un'amante gelosa è un'altra maniera blues di morire.
condannato alla sedia elettrica per aver sparato a uno giù a Memphis, abuso di sostanze tossiche o abbandonato in un vicolo dentro una scatola di cartone sono morti molto blues.

NON si muore Blues per un infarto durante una partita di tennis o per complicazioni successive a un'operazione di liposuzione.

17. nomi Blues per donne:
a. Sadie
b. Big Mama
c. Bessie
d. Fat River Dumpling

18. nomi Blues per uomini:
a. Joe
b. Willie
c. Little Willie
d. Big Willie

19. persone con nomi tipo Sierra, Sequoia, Auburn, Rainbow, Gianmarco o Selvaggia non possono cantare il Blues, non importa a quanti uomini abbiano sparato giù a Memphis.

19. Componi il tuo nome Blues (starter kit):

a. definizione di una menomazione fisica (Blind, Cripple, Lame, etc.)
b. primo nome (vedi sopra) più il nome di un frutto (Lemon, Lime, Kiwi,etc.)
c. cognome di un presidente americano (Jefferson, Johnson, Fillmore, etc.)

Esempio: Blind Lime Jefferson, o Cripple Kiwi Fillmore, etc. (Ok, forse non "Kiwi"...)

20. Non è importante quanto tragica sia stata la tua vita: possiedi un computer e lo sai usare (apparentemente), quindi non puoi cantare il blues.
meglio se lo distruggi.
Adesso.
Puoi usare: il fuoco, versarci sopra una bottiglia di Wild Turkey o sparargli addosso.

non è importante.

Se ti stai domandando perchè io posso cantare blues, visto che ho postato questo pezzo con un computer su una rete basata su computer e tu proprio non puoi, sappi che ho prima di usare il computer ho imparato a cantare blues.

Basta là.

mercoledì 7 febbraio 2007

Fàcci'lled!

Per gli appassionati di musica (rock e blues) la notizia è di quelle grosse. Secondo quanto riportato da una radio canadese, gossip ripreso immediatamente dalla stampa cartacea di tutto il mondo, i Led Zeppelin sarebbero in procinto di riformarsi e si sarebbero già ritrovati a Londra per discutere i dettagli della storica reunion. Unico assente, giustificato per motivi di salute essendo regolarmente morto il 25 settembre del 1980, il fenomenale batterista John Bonzo Bonham. Al suo posto, alla batteria, siederà il figlio, l’altrettanto dotato Jason. L’importanza dei Led Zeppelin per lo sviluppo del rock è monumentale, ma ancora più grande (i.m.h.o.) è il lavoro di interpretazione che gli Zeppelin fecero del blues come nel caso, di Travelling Riverside Blues o di I Can’t Quit You Baby, solo per citare i primi pezzi che mi vengono in mente. Da ex batterista non posso evitare di spendere qualche parola in più su Bonzo, spettacolare musicista autodidatta, le cui frasi e assoli sono tuttora oggetto di studio da parte dei batteristi contemporanei. Dotato di uno stile unico, era capace di passare da un suono estremamente aggressivo a tocchi di rara raffinatezza. Fu un precursore, tra i primi ad usare drum-kit dotati di tamburi di grosse dimensioni (tanto per dire, la cassa era da 26 pollici), anticipando il sound di batteria che esploderà negli anni ‘80. Tra le particolarità che meglio ne rappresentano l’indole semplice e mansueta c’è la scelta del suo simbolo sul leggendario album “Zoso”. Mentre gli altri membri della band si rifacevano a grafiche derivate dall’occultismo di cui Page era diventato cultore dopo aver conosciuto Aylester Crowley, pare che il simbolo di Bonzo (tre cerchi intrecciati) sia stato copiato dal logo della Ballantine Ale, una birra. In effetti è uguale. Dopo la morte di Bonzo la band decise di non poter continuare con un altro batterista e si sciolse. Nel corso degli anni sono state molte le voci sui possibili pretendenti all’ambito seggiolino di batterista dei Led Zeppelin che si sono sporadicamente già esibiti, in passato, proprio con Jason Bonham dietro le pelli. Tra le guest star di queste esibizioni figurano anche Phil Collins e Tony Thompson (r.i.p. 2003), quest’ultimo ripetutamente indicato come il più probabile sostituto. Recentemente anche l’ex Nirvana Dave Grohl è stato “nominato”, casualmente dopo la partecipazione del bassista John Paul Jones alle registrazioni di In Your Honor (Foo Fighters 2005), ma l’indiscrezione è stata smentita direttamente da Jimmy Page.

martedì 23 gennaio 2007

Robert Johnson

Robert Johnson è senza dubbio una delle personalità musicali più importanti del secolo scorso. Figlio di quell’America rurale fotografata così bene da Nick Cave (proprio quello dei Bad Seeds) nelle pagine del suo sorprendente romanzo “E l’asina vide l’angelo”, Johnson incarna l’immagine del musicista dedito alla sacra triade del rock, sesso, droga e rock‘n roll, ma con le dovute sostituzioni (la droga diventa alcol, il rock‘n roll si trasforma in blues mentre il sesso rimane fortunatamente lo stesso). Johnson inaugura anche un altro paradigma del rock e cioè quello che vuole i geni musicali defunti a 27 anni e non di più. La sua morte, così come l’intera esistenza, è caratterizzata da moltissime ombre e poche luci che sembrano provenire direttamente dall’inferno. Johnson ebbe infatti un rapporto privilegiato con il diavolo. Incontrato in una misteriosa mezza-notte a quello che diventerà un altro stilema classico del blues (il “crossroads”, l’incrocio), il demonio gli concede una fenomenale perizia chitarristica in cambio della sua anima, reclamata qualche anno più tardi.

Questa la leggenda, estremamente affascinante, mescola e interpreta la realtà storica con elementi di fantasia e finisce per creare il mito. Agli inizi della sua carriera e fino alla tragica morte della giovanissima moglie, la sedicenne Virginia, RJ non è affatto un fenomeno alla chitarra, tanto che uno dei suoi maestri gli consiglia di lasciare perdere e dedicarsi all’armonica a bocca, strumento per il quale sembra decisamente più versato. Quando Virginia lo abbandona, RJ sprofonda nella disperazione e comincia un’esistenza nomade nelle città del delta del Mississippi dove impara moltissimo sulla chitarra. Tutto questo fino all’incontro con il diavolo che concluderà la sua formazione musicale. In effetti pare che il diavolo avesse le sembianze del misterioso e cupo bluesman Ike Zinneman, personaggio schivo che vestiva di nero e amava suonare di notte nei cimiteri e che si guadagnò in fretta la reputazione di Satana. Johnson ne sarà il discepolo per un anno, affilando le sue armi e trasformandosi nel sublime cantore di un blues caratterizzato da melodie malate e da tematiche dolorose, quasi gotiche che spesso fanno riferimento proprio al diavolo come in "Me And The Devil Blues": "Early this moring/ When you knocked upon my door/ I said, Hello, Satan/ I believe it's time to go", all’alcol in "Drunked Hearted Man": 
I'm a poor drunken hearted man and sin was the cause of it all. But the day you get weak for no good women,that's the day that you surely fall” o alle donne facili che incontrava sulla sua strada.

Antonio Ciarletta su Ondarock.it
”Il rock è la musica del demonio, ed è vero, o almeno è vero nella misura in cui riesce a essere non elemento attraverso in cui esso (la forza distruttrice) si manifesterebbe (visione a cui è intimamente legato l'immaginario superficiale ed estetizzante del rock'n'roll), ma nella misura in cui si pone come fattore catartico, rispetto a un'interiorità repressa da un vivere quotidiano non in linea con le proprie sensibilità, dell'essere diversi in una società in cui i comportamenti necessitano di uno standard codificabile, al fine della convivenza civile. Johnson cantava del diavolo perché intendeva esorcizzarne la potenza distruttrice, perché attraverso il racconto del peccato riusciva a esteriorizzarne gli effetti, a far sì che la sofferenza morale si trasformasse in energia rigeneratrice. Il peccato autoalimentava la musica e il suo essere, per cui ne era imprigionato malgrado tutto, ma, nell'incontrovertibile reiterazione, aveva pur la necessità di deviarne gli effetti. 
Niente da dire: con la triade donna (sesso), alcol (droga), blues (rock'n'roll), con la sagoma minacciosa del demonio sullo sfondo, Johnson ha letteralmente costruito l'immaginario del rock, ma il beat irrefrenabile della sua musica, la voce coinvolgente, i sentimenti che sgorgano liquidi da quelle parole, fanno sì che la fruizione delle sue canzoni, da puro ascolto esegetico/accademico, da fascinazione per l'America che fu, si trasformi in sentire interessato ed emozionante, in note che toccano il profondo. 
Perché questo è il blues; esso nasce dal connubio simbiotico di arte e vita, come espressione di un sentimento, come fulgida esteriorizzazione dell'io nascosto, represso e violentato dalle necessità materiali; è la perfetta fusione di anima e corpo, tra l'interiorità e i significati che nasconde, e il significante, che si materializza nelle note di una chitarra che gemono e veicolano dolore. Ecco perché chi successivamente ne ha ricalcato la tecnica senza aver nulla da raccontare, senza un fuoco da estrinsecare, ha composto una musica mirabilmente vuota, un simulacro dalle fattezze fredde e inanimate, un significante che trasporta la sua ombra in un circolo vizioso/virtuoso di scale e accordi reiterati, di prurigini tecnicistiche che rimandano a se stesse, non al caldo desiderio dell'anima di farsi corpo. 

Proprio questo è invece Robert Johnson, questo è il blues e perciò se ne intravede il fantasma anche in musiche che non lo chiamano in causa in modo diretto. Questo è Robert Johnson, questo è il blues, e artisti come Brian Jones, Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jeffrey Lee Pearce, Ian Curtis, Nick Cave, Simon Bonney, Kurt Cobain, Layne Staley, tra gli altri, godranno di gloria imperitura perché ne incarnano lo spirito, al di là delle opinioni critiche dei mille esegeti buontemponi di turno. 
La musica di Robert Johnson è la musica del peccato. Sublime".

giovedì 11 gennaio 2007

Goodnite again, JB

Finalmente, forse, JB godrà di una degna sepoltura. Perché fino ad oggi, malgrado i sontuosi funerali, il suo corpo non è ancora tornato alla terra ed è conservato in una delle stanze della sua casa di Atlanta (a temperatura controllata) vegliato da due delle sue più fedeli guardìe del corpo. Tutto questo perché c’è di mezzo una moglie più giovane di molti dei suoi figli, che in più gli ha regalato anche un nuovo erede. Logico che i parenti si siano incazzati o che, per lo meno, chiedessero di verificare alcune cosette. Il problema è che si sono comportati proprio bene perché la prima cosa che hanno fatto è stata quella buttare in mezzo alla strada moglie e figlioletto e cambiare le serrature. Va detto che l’ultima moglie di JB è una donna di 37 anni piuttosto attraente (la cosa non stupisce un granchè), ma bianca, un fatto che le ha inimicato buona parte della numerosa famiglia Brown, giunta ad esprimere dubbi anche sulla reale paternità dell’ultimo nato dai funky-lombi di JB… E adesso finalmente c’è il testamento nel quale il Mito esige che venga fatto il test del Dna per tappare la bocca al parentado. Chi pensa che tutto questo bel casino sia generato unicamente dai milioni che Mr. Dynamite può aver lasciato, mentre le sue spoglie magari cominciano a puzzare anche un pochino, si sbaglia di grosso. La vera partita si gioca sulle royalties e sull’archivio discografico, un patrimonio enorme di registrazioni, master registrati in oltre 50 anni di attività.
Again: Goodnight JB

lunedì 25 dicembre 2006

Goodbye JB

Cazzo.
E' morto James Brown.
Il giorno di Natale.
Ma si può?
D'altra parte da uno come lui non ci si poteva aspettare che se ne andasse in punta di piedi. Che razza di campione era JB!
E' sempre stato avanti vent'anni, sempre.
Rappava negli anni '70, faceva funk negli anni '60...
Faceva tutto prima di tutti e riusciva a farlo meglio.
Anche le cose brutte le faceva meglio degli altri: si drogava di più, menava la moglie di più, evadeva le tasse di più, come a dimostrare che se c'era da schiacciare il pedale lui non era secondo a nessuno.
S'è fatto anche 6 annni di galera, JB.
Ma era robetta: scappando attraverso due o tre Stati, dopo aver menato la moglie un'altra volta, aveva sparato addosso alla polizia. Ha costruito anche cose importanti per la sua gente, continuando a creare la sua musica.
La SUA musica.
Se ci si ferma un secondo a pensare, o meglio ad ascoltare, ci si accorge immediatamente che qualsiasi pezzo di JB è riconoscibile immediatamente.
Sempre.
La voce, il suono, l'orchestra, l'insieme delle note.
Bam.
JB e basta.
Ha lasciato un sacco di musica da ascoltare. In italiano definiremmo la sua opera come "repertorio" ma gli americani (secondo me capiterà presto) comincieranno a chiamarlo "heritage". E faranno bene.
Goodbye JB.
Popa's Got a Brand New Bag.