mercoledì 31 gennaio 2007

Hush-hush!

Adesso che ho accesso ai dati reali (e non a certe meravigliose... fantasye) sono un po’ preoccupato sullo stato delle cose. La preoccupazione è cresciuta guardando a quello che faccio io. Dopo Gears of War la mia 360 è spenta. Dopo Guitar Hero I&II, che ho demolito durante le vacanze di Natale, e un po’ di propedeutico Pro Evolution Soccer 6, anche la mia PlayStation 2 è rimasta spenta. Anche lei. Siamo a metà della nuova rivoluzione videoludica e succede che Microsoft e Nintendo abbiano le loro nuove home console inchiodate agli scaffali... I dati di vendita, quelli veri, parlano di 360 e Wii che non “escono”. L’unica cosa che si vende è il Nintendo Ds. Che le nuove macchine costino sempre care non è una novità, ciò che è nuovo (ma non sono del tutto convinto) è che i pochi titoli realmente validi in circolazione non giustificano più un investimento di portata eccezionale come quello necessario per portarsi a casa una console di terza generazione. Dice: quando uscì Ps2 c'era Fantavision, mica Gta. Ma se io sedessi ai piani alti dei metaforici grattacieli-che-contano mi preoccuperei lo stesso. Se 360 non vende, pazienza ci siamo abituati. Se vende Ps2 idem, ma con un “ma” alto come le Alpi. Perchè Wii, con il suo prezzo aggressivo e la sua carica innovativa dirompente (?), con l’intenzione chiara a dichiarata di spopolare tra chi fino ad ora non era un giocatore, ha fallito il bersaglio e sembra ricalcare le prestazioni fuoco-di-paglia-cammina-con-me del Cubo, mentre il Ds ha catturato i soliti Millanta Pokémon-dipendenti, qualche pischella a cui i genitori non comprano il cane e un sacco di uomini di mezza età col complesso del cervello stanco. Costano troppo le nuove console oppure il punto è altrove? Non lo so, ma c’è qualcosa che non quadra. Il mercato stagna, forse, perché mancano i soldi in tasca? Posto che gli acquisti sono comunque più ponderati rispetto a qualche anno fa, non credo sia esatto. Stagna perché la mania dei videogame è un po’ scemata, così come si sono polverizzate le buone idee e la creatività che questa mania avevano generato. È sintomatico che i primi titoli forti su 360 siano stati un gioco di guida e uno sparatutto. Ps3 farà lo stesso: Motorstorm e Resistance: Fall of Men. Dove diavolo sono i giochi “nuovi”? Forse l’idea di spendere 450 o 650 euro (a seconda della sponda che si sceglie...) per una console che servirà per guidare le solite macchine e sparare ai soliti alieni ha un po’ rotto le scatole, chissà... in più c’è l’assordante silenzio di Sony che non ha ancora messo in giro mezzo spottino virale, fatta un’affissione. Niente. Ok, manca ancora un po’ di tempo, ma gli scorsi lanci avevano ben altro sapore e stavolta non c’è l’impressione che il silenzio sia quello che precede l’onda dello tsunami o il terremoto. Stavolta, a me, il silenzio sembra silenzio e basta. Magari sbaglio e me lo auguro di brutto. Ma sembra quasi di sentire un distante e vago rumore di denti che battono e chiappe che si serrano...

lunedì 29 gennaio 2007

58

Tanti ne ho fatti domenica. Pochi-pochi, in verità, ma il termometro non era ancora amico di nessuno, a parte i ciuccia manubri sui loro plasticoni giapponesi che, tra carena e tutoni di pelle, non sentono neanche se gli versi addosso l’idrogeno liquido. Giornata splendida, però. Aria frizzante, cielo terso, sole finto (quello che illumina bene tutto quanto ma non scalda neanche se lo paghi) e un tizio rotondetto che, col sorriso tipo-ictus, se la romba allegro verso la Svizzera. Bellissimo. Tutto. Specialmente il tizio rotondetto. Peccato che, come al solito, quando Capitan Costina accende la moto si dimentichi di pensare a dove andare, di farsi una mappina mentale anche minima del “run” , e lasci che sia il momento a decidere. Che poi è la cosa migliore per girare da quelste parti. Infatti succede che, ispirato da un profumo, da una strada o da quello che capita vado a scoprire posti splendidi che inevitabilmente non sono più in grado di raggiungere una seconda volta. Porcaloca. Ma questo non è importante e nemmeno più tanto vero perchè ho il navigatore che mi prende le coordinate del posto dove mi trovo e lo fa diventare un “punto di interesse”. Fréguntùbo? Amen. Infatti, non è accaduto niente di particolare se non che, dopo aver scelto la sponda del Ceresio (lago) esposta al sole, mi sono ritrovato sulla strada del ritorno completamente in ombra. Ho preso un freddo dell’osti e oggi ho starnutito&tossito tutto il giorno. Ma ha da finire l’inverno, oh! se ha da finire! Curioso che non abbia visto neanche un collega hogger in giro...

La pupazza non c’entra quasi niente ma credo che non esista migliore augurio per un prossimo weekend bello caldo. Ok, caldo è difficile. Mi basta tiepido...

venerdì 26 gennaio 2007

Cielo grigio su... qui fa un freddo blu.

Come previsto, nel momento in cui ho “tappato” il buco che c’era in garage (spazio vuoto cui accennavo nel post relativo a World of Warcraft) ha smesso di fare bello, la temperatura è scesa sotto zero e ha cominciato a nevicare… Però, nel breve lasso di tempo che è intercorso tra il ritiro dello splendido Sporster che ora mi appartiene e il drammatico cambiamento del clima (finalmente gli orsi potranno andare a dormire), sono riuscito a macinare un centinaio di chilometri. Che goduria. Poca cosa rispetto a quelli che conto di fare da questa primavera in poi, ma sufficienti per capire il motivo per cui si dice che le Harley abbiano un’anima. Il suono del motore mi ha conquistato in un attimo e l’estremo piacere che la guida comunica è bastato per farmi desiderare altre latitudini, stagioni e temperature rispetto a quelle che adoro. Non ci credo, ma ho voglia di sole e per adesso l'unica cosa che posso fare è inaugurare una nuova categoria…

mercoledì 24 gennaio 2007

Pro pack-O

Leggere una recensione che tratti di videogiochi, spesso, è pericoloso. Se da quelle pagine, poi, si cerca di trarre un’indicazione per spendere meglio i propri soldi, ci si può tranquillamente rassegnare a terminare l’articolo senza un’opinione precisa, pensando che birra e salsicce siano un’alternativa sicura, concreta, esatta, al videogioco in questione. E lo sono comunque, non sempre, ma spesso. Perché? Primo: saper scrivere in italiano non significa saper fare il giornalista. Secondo: saper fare il giornalista (e la cosa è tutta da dimostrare…) non significa essere in grado di fare critica videoludica. Terzo: non esiste nessuno che insegna a fare queste cose insieme. Quarto: il comparto editoriale specializzato, in Italia, somiglia al Sud degli Stati Uniti prima della Guerra di Secessione, con le piantagioni (di cotone o tabacco poco importa) gestite a nerbate. Va detto che, in questo panorama, chi ha investito, chi si è preso la briga di osare cercando qualità e competenza, qualche risultato è riuscito a portarlo a casa. Chi si è circondato di “yesmen”, non è stato in grado selezionare collaboratori capaci (quindi potenzialmente pericolosi in termini di cadrega), non ha creduto nel marketing o ha pensato che anche quello funzionasse a suo piacimento (quando invece esistono regole chiare come formule matematiche), è rimasto al palo. L’industria dei videogiochi in Italia sta cambiando, cresce, matura. E si sterilizza. Lascia da parte improvvisazione, pressappochismo e anche un poco di passione, acquisendo di contro sostanza e qualità. La stessa cosa dovrebbero fare gli editori specializzati, o per lo meno quelli che non hanno ancora capito che Internet, fonte suprema di informazioni gratuite, aggiornate al secondo (e quindi letali per chi esce in edicola una volta al mese), si è mangiata una fetta enorme dei loro lettori; che non basta un bel pacchetto: sono necessari contenuti. Ben scritti, chiari, professionali. E non è nemmeno detto che si riesca ugualmente ad avere successo. I lettori, di base i clienti che acquistano un prodotto qualsiasi, devono imparare a conoscerlo o, almeno, averne la possibilità. Questo significa una riga fondamentale nel piano marketing: budget pubblicitario. L’industria dei videogiochi in Italia sta cambiando, cresce, matura. Acquista spazi su radio e Tv. Se qualche anno fa, per scriverne, bastava la passione verso i videogame, oggi non è più così. Se qualche anno, fa per vendere riviste, bastava essere in edicola con copertina e carta di qualità, oggi non è più così.

martedì 23 gennaio 2007

Questi sono pazzi...

Dunque dunque...
Leggo sul corrierino (la preview gratuita del Corriere della Sera) che c'è in ballo un bel disegnino di legge, ad opera degli inesauribili rifondaroli, per salvare il cinema italiano. L'ideona, perchè di ideona si tratta, è in sintesi questa qui (cito dal corrierino): "le case di distribuzione e le sale cinematografiche non potranno programmare più di un film extracomunitario ogni due comunitari. Uno però dovrà essere obbligatoriamente italiano.-La soluzione contro il potere dilagante delle major americane è l'istituzione di norme antitrust a sostegno del cinema italiano- ha sottolineato Titti De Simone, capogruppo di Rc in commissione cultura".
Il bello è che, logicamente, dovrà essere istituito un bel "Centro nazionale per la cinematografia" che si occupi (ricito il Corrierino): "di controllare e finanziare. Il mancato incasso dei film nelle sale verrà rimborsato dallo Stato attraverso misure di sostegno fiscale". Ora: se la cosa del rimborso non è chiarissima, è invece lampante che si tratta di dare lavoro a compagni e compagnuzzi rigorosamente fedeli alla linea e quindi - qui il vero capolavoro - di garantire ulteriore sostegno a gente che produce, già oggi, clamorosi flop in grado di generare solo sbadigli.

Quello che trovo agghiacciante è il sempreverde atteggiamento dei "difensori della libbertà" a tutti i costi che, con solita supponenza, pretendono di insegnare a tutti come si vive e cosa si dovrebbe leggere-ascoltare-vedere. Se ho voglia di vedere una bojata con Vin Diesel voglio essere "libbero" di farlo, ochéi?

E poi... Vuoi difendere il cinema italiano?
Bello, mi piace, hai tutto il mio appoggio.
Ma non farlo a scapito di altri!
Se poi gli "altri" ti sono stati sempre e geneticamente sulle balle sono estremamente portato a dubitare della tua buona fede.
Fa proprio parte del Dna di certa gente: non riescono ad essere PRO ma soltanto CONTRO e questo non mi piace affatto...

Pan di Via della partenza

Lembas degli Elfi
(per 4 persone)

• 300 gr di farina
• 1 bustina di lievito per dolci
• 100 gr di zucchero
• 1 uovo intero
• 250 ml di latte
• 100 gr di miele
• 50 gr di burro
• 50 gr di panna fresca
2 foglie di banana per confezionare

Mescolate burro, miele, panna fino ad ottenere una crema soffice. Separate l'albume e il tuorlo e sbattete il tuorlo con il latte. Tenetene da parte poco per spennellare il pan di via prima della cottura. Unite il latte con il tuorlo alla farina e mescolate cercando di evitare i grumi. Aggiungete lo zucchero al composto di miele, panna e burro, poi il lievito e infine l'albume d'uovo montato a neve. Unire tutto e lavorare a pasta morbida. Tirare a sfoglia alta 3 mm con un mattarello e tagliate i lembas a triangoli o quadrotti, sistemarli in teglia su un foglio di carta da forno, tenendoli a 1 cm di distanza tra loro. Pennellate la superficie dei biscotti con uovo e latte, cuocete per 12 - 13 minuti in forno già caldo a 250 gradi. Servite freddi e, se non siete in viaggio, accompagnate i lembas con un po' di crema alle mele. Diversamente, conservate i Lemblas avvolti nelle foglie di banana.

Robert Johnson

Robert Johnson è senza dubbio una delle personalità musicali più importanti del secolo scorso. Figlio di quell’America rurale fotografata così bene da Nick Cave (proprio quello dei Bad Seeds) nelle pagine del suo sorprendente romanzo “E l’asina vide l’angelo”, Johnson incarna l’immagine del musicista dedito alla sacra triade del rock, sesso, droga e rock‘n roll, ma con le dovute sostituzioni (la droga diventa alcol, il rock‘n roll si trasforma in blues mentre il sesso rimane fortunatamente lo stesso). Johnson inaugura anche un altro paradigma del rock e cioè quello che vuole i geni musicali defunti a 27 anni e non di più. La sua morte, così come l’intera esistenza, è caratterizzata da moltissime ombre e poche luci che sembrano provenire direttamente dall’inferno. Johnson ebbe infatti un rapporto privilegiato con il diavolo. Incontrato in una misteriosa mezza-notte a quello che diventerà un altro stilema classico del blues (il “crossroads”, l’incrocio), il demonio gli concede una fenomenale perizia chitarristica in cambio della sua anima, reclamata qualche anno più tardi.

Questa la leggenda, estremamente affascinante, mescola e interpreta la realtà storica con elementi di fantasia e finisce per creare il mito. Agli inizi della sua carriera e fino alla tragica morte della giovanissima moglie, la sedicenne Virginia, RJ non è affatto un fenomeno alla chitarra, tanto che uno dei suoi maestri gli consiglia di lasciare perdere e dedicarsi all’armonica a bocca, strumento per il quale sembra decisamente più versato. Quando Virginia lo abbandona, RJ sprofonda nella disperazione e comincia un’esistenza nomade nelle città del delta del Mississippi dove impara moltissimo sulla chitarra. Tutto questo fino all’incontro con il diavolo che concluderà la sua formazione musicale. In effetti pare che il diavolo avesse le sembianze del misterioso e cupo bluesman Ike Zinneman, personaggio schivo che vestiva di nero e amava suonare di notte nei cimiteri e che si guadagnò in fretta la reputazione di Satana. Johnson ne sarà il discepolo per un anno, affilando le sue armi e trasformandosi nel sublime cantore di un blues caratterizzato da melodie malate e da tematiche dolorose, quasi gotiche che spesso fanno riferimento proprio al diavolo come in "Me And The Devil Blues": "Early this moring/ When you knocked upon my door/ I said, Hello, Satan/ I believe it's time to go", all’alcol in "Drunked Hearted Man": 
I'm a poor drunken hearted man and sin was the cause of it all. But the day you get weak for no good women,that's the day that you surely fall” o alle donne facili che incontrava sulla sua strada.

Antonio Ciarletta su Ondarock.it
”Il rock è la musica del demonio, ed è vero, o almeno è vero nella misura in cui riesce a essere non elemento attraverso in cui esso (la forza distruttrice) si manifesterebbe (visione a cui è intimamente legato l'immaginario superficiale ed estetizzante del rock'n'roll), ma nella misura in cui si pone come fattore catartico, rispetto a un'interiorità repressa da un vivere quotidiano non in linea con le proprie sensibilità, dell'essere diversi in una società in cui i comportamenti necessitano di uno standard codificabile, al fine della convivenza civile. Johnson cantava del diavolo perché intendeva esorcizzarne la potenza distruttrice, perché attraverso il racconto del peccato riusciva a esteriorizzarne gli effetti, a far sì che la sofferenza morale si trasformasse in energia rigeneratrice. Il peccato autoalimentava la musica e il suo essere, per cui ne era imprigionato malgrado tutto, ma, nell'incontrovertibile reiterazione, aveva pur la necessità di deviarne gli effetti. 
Niente da dire: con la triade donna (sesso), alcol (droga), blues (rock'n'roll), con la sagoma minacciosa del demonio sullo sfondo, Johnson ha letteralmente costruito l'immaginario del rock, ma il beat irrefrenabile della sua musica, la voce coinvolgente, i sentimenti che sgorgano liquidi da quelle parole, fanno sì che la fruizione delle sue canzoni, da puro ascolto esegetico/accademico, da fascinazione per l'America che fu, si trasformi in sentire interessato ed emozionante, in note che toccano il profondo. 
Perché questo è il blues; esso nasce dal connubio simbiotico di arte e vita, come espressione di un sentimento, come fulgida esteriorizzazione dell'io nascosto, represso e violentato dalle necessità materiali; è la perfetta fusione di anima e corpo, tra l'interiorità e i significati che nasconde, e il significante, che si materializza nelle note di una chitarra che gemono e veicolano dolore. Ecco perché chi successivamente ne ha ricalcato la tecnica senza aver nulla da raccontare, senza un fuoco da estrinsecare, ha composto una musica mirabilmente vuota, un simulacro dalle fattezze fredde e inanimate, un significante che trasporta la sua ombra in un circolo vizioso/virtuoso di scale e accordi reiterati, di prurigini tecnicistiche che rimandano a se stesse, non al caldo desiderio dell'anima di farsi corpo. 

Proprio questo è invece Robert Johnson, questo è il blues e perciò se ne intravede il fantasma anche in musiche che non lo chiamano in causa in modo diretto. Questo è Robert Johnson, questo è il blues, e artisti come Brian Jones, Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jeffrey Lee Pearce, Ian Curtis, Nick Cave, Simon Bonney, Kurt Cobain, Layne Staley, tra gli altri, godranno di gloria imperitura perché ne incarnano lo spirito, al di là delle opinioni critiche dei mille esegeti buontemponi di turno. 
La musica di Robert Johnson è la musica del peccato. Sublime".